Giovedì sera, al presidio di fronte ad Askatasuna, eravamo in tante persone. Pronte di fronte ai muri rossi di corso Regina Margherita 47; pronte a dire un primo no rispetto allo sgombero, alla chiusura, alla repressione. Davanti a noi, di lato, dietro: centinaia di forze cosiddette dell’ordine. Alcune in divisa, altre no. Con le camionette alte tre piani, i corazzati, le squadre di polizia in assetto anti-sommossa. La sommossa, da parte nostra, non c’è mai stata. Come sempre, è bastato semplicemente muoversi, partire, iniziare a dirigersi verso dove non si voleva farci dirigere (nel cuore del quartiere di Vanchiglia) perché gli idranti iniziassero a sparare acqua. Poco dopo, le cariche, i lacrimogeni. Le corse per schivare l’imposizione di quell’ordine che agisce con la forza, ma non per difendere.

Sabato 20, ieri, giornata uggiosa a Torino. Una di quelle in cui ti viene solo voglia di stare a casa. Eppure appena siamo arrivate di fronte a Palazzo Nuovo, dove l’adunata cittadina per l’Aska era stata convocata, eravamo nuovamente tante persone. Molte più di giovedì. C’erano le vecchie signore e i signori che vivono Vanchiglia da anni. Le loro nipoti e i ragazzini che sono andati nel centro veramente sociale a fare il doposcuola. Tanta parte del corpo studentesco cittadino, lavoratrici e lavoratori, la gente cosiddetta comune. Abbiamo iniziato a muoverci, circondati da una quantità di poliziotti armati a puntino, camionette messe di traverso per le strade, posti di blocco. Un dispiegamento militare che non si vedeva da tempo. Nel cuore di Torino, alla vigilia di Natale. Siamo arrivate a poco meno di un chilometro dall’Aska, ci siamo fermate a prendere fiato. Ed è lì che le forze del disordine hanno iniziato a lanciare gratuitamente lacrimogeni. Così, su tutte noi, su gente che era lì solo perché l’Aska è una infrastruttura importante per noi e per questa città.

Due cassonetti bruciati, certo. E da quei cassonetti – bruciati dopo l’ondata di lacrimogeni, per arginare in qualche modo cariche contro gente inerme –  si é levato rapido sui media nazionali il solido discorso “contro la violenza”. Faceva un certo effetto, in strada, leggere i vari Cirio, Salvini, Lo Russo, fare a gara per sottolineare quanto delinquenti tutti noi si era lì in quel momento. Faceva un certo effetto leggerne, mentre ragazzi e ragazze passavano rapidamente per il corteo a distribuire Malox, a metterlo sugli occhi a giovani e vecchi, che giustamente non avevano idea di cosa stesse succedendo, e oggi, scoprendosi anarchici sulle pagine de La Repubblica, ce l’avranno ancora meno.

Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le grandi scalinate. Per ribadire l’esigenza di difendere i nostri spazi di cultura, di aggregazione sociale e anche di protesta. Intorno, i ponti lungo il Po bloccati da camionette, blindati, agenti con gli scudi alti. Una città completamente militarizzata a prevenire quella che in una democrazia dovrebbe essere ancora una cosa normale. Una manifestazione di dissenso collettivo. Ma come ricordava Gennaro Avallone su queste pagine, questo continuo, sproporzionato dispiegamento di forze non è più una novità. È ciò che rende la possibilità di manifestare fuori norma, per erigere il suo progetto contenitivo e normativo a nuova norma.

Alla base, l’odio verso spazi come Askatasuna. Odio che è uno, ma si mostra con tre facce diverse. In primo piano c’è la destra di governo, appoggiata da gran parte del ceto borghese democristiano italiano. Questo gruppo ha il dente avvelenato verso gli spazi occupati, che vede come insubordinati e disordinati. Questi luoghi e le loro genti sono “brutti, sporchi e cattivi”, con  i connotati di classe che tale lettura porta con sé. Visto che la repressione di Stato non può ancora apertamente articolarsi su tali premesse (ma manca poco), la destra costruisce la legittimità del suo intervento attraverso la semantica della “violenza”. Lo ha fatto alle 10 del mattino di giovedì Piantedosi quando, annunciando lo sgombero in corso e le perquisizioni nelle abitazioni di attiviste e studenti, ha dichiaro che “non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese”.

La seconda faccia è quella del cosiddetto centro “sinistra” di ambizione governativa. Chi compone il suo elettorato di base mantiene una visione dell’Aska e della sua gente come “brutti, sporchi e cattivi”, ma con atteggiamento paternalistico si dice pronto ad usare repressione solo se la redenzione, la pacificazione e l’assimilazione non dovessero funzionare. Questo approccio é stato adottato dal Sindaco di Torino, Lo Russo, che aveva iniziato un programma di “rigenerazione” dell’immobile di corso Regina Margherita 47, con l’idea di farne un “bene comune”. Buona l’idea, davvero. Persone molto valide nel contesto torinese ci hanno lavorato, creduto e hanno speso risorse e tempo per portare a compimento questa iniziativa. Ma la dedizione della “sinistra” di governo ha le gambe corte. È bastato poco per vedere il re nudo sotto strati di carta velina. Apparentemente, giovedì Lo Russo ha scoperto che l’immobile era ancora occupato. Una imprevedibile realizzazione… ma che è a lui bastata per fare un comodo passo a lato. Per far sì che la sua postura si allineasse perfettamente con quella di Piantedosi e dei suoi.

Terzo, c’è l’ampia popolazione che negli anni è entrata in contatto col mondo Aska a Torino. Quella fatta di persone di quartiere, dal corpo studentesco allargato, da chi all’Askatasuna è andato a sentire un concerto, prendere una birra o  che vi ha seguito uno dei numerosi eventi aperti alla cittadinanza organizzati nel corso degli anni. Una parte di questa popolazione è scesa in strada giovedì e sabato e farà sentire la propria voce nei prossimi giorni. Ma solo una piccola parte. Per tutti gli altri, il destino degli spazi dell’Aska è una preoccupazione minore. Un pensiero sovrascritto da ciò che si legge sull’Aska su giornali come La Stampa, mentre si deve andare avanti tra lavori sempre più precari, giornate sempre troppo corte e una città sempre più piegata a rincorrere le prossime ATP finals, o caroselli simili.

Le facce sono diverse, ma l’odio che ha portato allo sgombero di ieri uno. È un odio radicato nella necessità di reprimere e irreggimentare desideri di vita che non si confanno al suo modello di controllo alla vita. È un odio che si nutre di propositi buoni ma dai colori tenui, pastello; pronto a dare lezioni di morale e decoro, e a farsi indietro al primo intralcio. Ed è infine anche l’odio nella sua banalità, soggettivizzato alla paura e all’inseguimento del benessere individuale. Un odio che non ha mai bisogno di prendere posizione per prendere posizione.

Se questo è il campo da gioco, l’Askatasuna, e spazi come questo, possono solo essere sgomberati. E questo avverrà sempre più senza alcun bisogno di eclatante concitazione. Il fatto che a Torino si attacchi la Leonardo, si questionino le discorsività di regime sulla Palestina, si contesti un progetto folle come la TAV, o si metta in campo un’azione concreta contro le infrastrutture che celebrano il militare, ha offerto buoni pretesti alla repressione. Ma non dovremo più arrivare a tanto. L’asticella che farà scattare il controllo violento della “violenza” si abbasserà, e si sta già abbassando. Si pensi al delirio dei cosiddetti DDL “antisemitismo” e al danno che faranno alle nostre Università, e al vero dibattito pubblico. Sarà sufficiente la percezione del non allineamento, la percezione della non cooptazione e del rifiuto alla conciliazione, per innestare le varie facce odiose della repressione.

Repressione di cosa? Di quello che Askatasuna ha sempre rappresentato e spero continuerà a rappresentare: una volontà di radicamento nel territorio, nelle sue esigenze e nelle sue visioni di presente e di futuro. Visioni che richiedono comprensione, connessione e lotta con altre realtà – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro di chi lotta o è uno, collettivo, o nessuno. La possibilità di poter continuare a pensare, discutere e agire intorno a queste questioni è ciò che chi odia Askatasuna vuole toglierci – e noi ce lo riprenderemo.